La distanza psicologica è una teoria che si pone l’obiettivo di spiegare il fenomeno che porta un soggetto a presumere una distanza da eventi o fenomeni.
Più chiaramente, è quel meccanismo che indaga lo spazio che c’è fra un fenomeno e la nostra percezione. Infatti, come sintetizzato in una frase particolarmente riuscita il percepito è più vero del reale, quindi quello che noi percepiamo alla fine diventerà la nostra costruzione della realtà.
La distanza psicologica ci permette di guardare con distacco quello che accade attorno a noi. Il distacco non ha una connotazione, non si tratta di un meccanismo che ci restituisce una realtà migliore o peggiore, è semplicemente un bias. In alcuni casi lo useremo per percepire una realtà migliore, in altri peggiore. Le dimensioni in cui è stata sintetizzata e strutturata questa distanza sono quattro.

- Dimensione spaziale (succede altrove)
Guardiamo ad un evento e pensiamo che non appartenga al nostro spazio, che non succeda nel posto fisico in cui ci troviamo. Prendiamo ad esempio come reagiamo alle immagini di alcune devastazioni climatiche o a certe scene riprese nei territori dove sono in corso delle guerre. Tenderemo sempre a percepire quell’evento come remoto perché accaduto in realtà distanti fisicamente dalla nostra.
- Dimensione temporale (riguarda il futuro o il passato)
Percepiamo alcuni eventi come proiettati in un futuro che non ci appartiene, che non è più nostro (o legati ad un passato che non c’è più). È stata la dimensione con cui si è dovuta più fortemente scontrare ogni azione riguardante il cambiamento climatico. Certe problematiche sono state portate all’attenzione generale decenni fa ma sono sempre state percepite come appartenenti ad un futuro lontano, un futuro di cui altri si sarebbero dovuti occupare o preoccupare.
- Dimensione sociale (riguarda altri gruppi sociali)
Un esempio può essere quello del razzismo. Vediamo immagini forti provenire dagli USA, in cui forze dell’ordine compiono violenze su cittadini afroamericani e pensiamo che da noi non ci sia razzismo, che riguardi solo altre società, tendiamo ad escludere che possa esserci anche da noi. Non si tratta di distanza, non è lo stesso bias del primo punto, si fa riferimento a culture e società differenti. Quante volte attribuiamo all’appartenenza ad una società o una cultura eventi che accadono e quindi escludiamo che ci possano coinvolgere.
- Dimensione ipotetica (le probabilità che accada sono pochissime)
Questa dimensione non ci porta ad escludere la possibilità che qualcosa accada, semplicemente ritiene trascurabili le possibilità. Tipicamente riguarda l’accettazione di un rischio, cioè pensare che possa accadere o meno qualcosa. La distanza psicologica può portarci a giustificare certe scelte pensando che è improbabile che succeda proprio nella fattispecie che ci riguarda.
È importante conoscere questi bias, questi filtri che il nostro cervello utilizza nella percezione della realtà in modo da poter prendere le nostre decisioni ed analizzare la nostra realtà sapendo di poter incorrere in queste dinamiche. Giustificare scelte ed analisi senza porsi il dubbio di averle percepite in modo distorto può essere pericoloso, può poi portarci ad attribuzioni errate.
Una delle applicazioni più diffuse riguarda la percezione del rischio. Il rischio che percepiamo nel prendere (o meno) una decisione può essere annebbiato da una di queste dimensioni della distanza psicologica, ci può indurre a sovrastimare o sottostimare fattori e possibili conseguenze.
Cerchiamo il distacco
Per ovviare a questo occorre allontanarsi un passo e osservare gli elementi che abbiamo cercando distacco. Non è facile, può risultare immediato in alcuni contesti ma ci sono fattori che rendono più complesso riuscire a staccarsi dalla nostra percezione per confrontarci con la realtà. Ovviamente, il consiglio è quello di farsi supportare da un professionista e di ricordarsi che alla base c’è comunque sempre la volontà di ascoltare, di porsi con attenzione.
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