Sport individuali
Un post di curiosità, per stimolare un ragionamento e non tanto per dare un’indicazione specifica. Voglio parlare un po’ dei differenti approcci alla performance agonistica. Quindi alla partita, al match, all’evento sportivo. Lo faccio utilizzando come modello il tennis, o almeno utilizzandolo in partenza. In parte per conoscenza diretta, in parte perché gli sport individuali sono più facili da leggere in termini singoli, negli sport di squadra entrano anche dinamiche relazionali che non possono essere facilmente messe da parte e un po’ perché il tennis è lo sport inventato dal diavolo, come disse una volta Adriano Panatta.
Il tennis è uno sport individuale, ha una componente tecnica complessa (giocare coordinandosi con un attrezzo non è facile) e ha come unico output il risultato, non si gioca a tennis attendendo che finisca, alla conclusione di un incontro ci si arriva con l’ultimo punto.
Prenderò ad esempio diversi campioni e il loro approccio al match. Parliamo solo dell’evento agonistico non avendo avuto la possibilità di vederli in allenamento, almeno non tutti.
Parliamo di eccellenze, quindi l’assunto base è che il meccanismo adottato da loro funziona. Lo scopo della strategia applicata è quello di riuscire ad essere a proprio agio per poter liberare completamente il proprio potenziale mentale. Il tenni sé uno sport che richiede grande concentrazione ed un costante impegno mentale, farlo in un contesto in cui questo ci viene più facile è determinante.
Su un campo da tennis i soggetti che possono essere coinvolti sono se stessi, l’avversario, il o i giudici e il pubblico. I giocatori utilizzano questi attori per massimizzare la loro capacità di fare una performance eccellente.
John McEnroe, ad esempio, era uno che litigava con il pubblico. Era solito attirare le antipatie del pubblico. Aveva bisogno di essere contrastato, questo rapporto aspro lo nutriva e gli dava la capacità di focalizzare le sue energie cognitive sul gioco. In alcuni testi si fa ricadere questo alla sua infanzia, quando era un bambino monello che litigava spesso coi genitori, che utilizzava il litigio come strumento affettivo e comunicativo. Ma questo esula da questa analisi, l’obiettivo è vedere le diverse strategie e non indagarle. Visti i risultati si tratta di tutte strategie vincenti.
Andy Murray, grandissimo tennista Britannico, il quarto componente dei fab-four prima che un infortunio li riducesse a tre ha bisogno di un avversario in campo, di entrare in sfida con lui. Anche Jimmy Connors aveva bisogno di ingaggiare battaglia ma Murray lo fa sempre all’interno di uno spirito sportivo molto forte, Connors era un po’ più estremo. Per capirci, nessuno pensa che Murray sia un giocatore scorretto, di Connors ci sono versioni differenti. Murray è un agonista, ha bisogno dell’avversario, della sfida. Non è un caso che si esalti in partite complesse e che dia spesso vita a partite epiche. Il suo potenziale si scarica meglio a terra contro un avversario chiaramente definito.
Per citare un altro dei fab-four, Nadal gioca da solo, contro se stesso, ha il focus su di se. Se dall’altra parte della rete ci fosse un muro Nadal forse non se ne accorgerebbe (e comunque vincerebbe ugualmente). Ha una grande capacità di isolarsi, anche se non troppo naturale. Ha bisogno dei suoi rituali d’accesso, dei suoi tic, delle sue attivazioni. Federer nel suo isolamento è più naturale, Nadal ha bisogno di alcune routine di accesso.
Finiamo il quartetto delle meraviglie con Nole. Lo tengo per ultimo perché offre uno spunto aggiuntivo. Il percorso di Nole, è stato più complesso. Per un po’ la sua voglia di piacere al pubblico ha prevalso sulla ricerca di trovare una sua dimensione, un contesto relazionale in cui esprimersi al meglio. E’ partito con un atteggiamento smart, si capiva che voleva piacere al pubblico, ma ha finito per essere il terzo incomodo e non sempre il pubblico è stato dalla sua parte. Questo non è un problema in linea generale ma Nole sembra averne sofferto, nella prima parte della sua carriera. Pian piano è riuscito a trovare una sua dimensione in campo e sicuramente è diventato quello mentalmente più forte. All’inizio la sua voglia di non essere un villain, per usare un linguaggio da fil Marvel, l’ha condizionato. Quando è riuscito a trovare un suo equilibrio, si è liberato della foga di voler piacere per forza, ha trovato ha trovato il suo modo per stare in campo. Questo, nel tempo gli ha anche permesso di liberarsi del ruolo di villain.
Uscendo dal mondo del tennis ecco un altro esempio di chi, cercando di scimmiottare un altro campione, ha avuto momenti di confusione. Parliamo di atletica, dei 100 metri piani. C’è stato un fenomeno che rispondeva al nome di Usain Bolt. Oltre ad essere stato un atleta che ha dominato sportivamente un’era e ha lasciato una traccia indelebile nel proprio sport, ha anche avuto un approccio nuovo. Bolt era quello che salutava la telecamera, aveva un piccolo rito quando veniva inquadrato, giocava con la telecamera, quello sguardo che sembrava andare a spiare l’intima concentrazione degli atleti prima dello sparo per lui era un compagno di giochi. In mezzo a campioni con le fronti corrucciate e concentrate c’era questo ragazzanoche ripeteva rituali come fossero un saluto in codice fra amici al parco. Per lui ha sempre funzionato, quello era il suo modo per concentrarsi sui blocchi. Subito dopo il suo arrivo un altro Giamaicano salì alla ribalta, Yohan Blake. Il nuovo modo di Bolt di attendere la gara piaceva e anche Blake provò a copiarne la leggerezza e l’essere scanzonato. Il risultato su a tratti grottesco e finì per essere un’arma a doppio taglio per il velocissimo Blake.
Ogni attività richiede di esprimere un potenziale cognitivo, anche quelle che affrontiamo noi nel quotidiano. Certo, il nostro lavoro non è fatto di performance come quello degli atleti, noi abbiamo mansioni e compiti che si susseguono. Ogni tanto qualche progetto o qualche attività particolarmente circoscritta ci può apparire come una performance ma quelle degli atleti sono completamente diverse, sono la finalizzazione del loro lavoro. Questo non toglie che anche noi dobbiamo cercare il contesto ed il nostro modo di essere a nostro agio e di esprimere il nostro potenziale.
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