Smart-working, occasione persa?
Gestione Aziendale

Smart-working, occasione persa?

Cos’è lo smartworking? E’ lavorare da casa? E cosa intendiamo per casa, devo avere un ufficio in casa o basta il tavolo della cucina, posso andare in un caffè o addirittura in un parco? Il 2020 è stato l’anno in cui le aziende hanno scoperto lo smartworking, quando ha smesso di essere una concessione ma è diventata una necessità. Purtroppo, in molti casi, finita la necessità lo smartworking è diventata nuovamente una concessione.

Ma perché è successo tutto questo, sembrava che andasse tutto bene, finalmente si incrociavano perfettamente le richieste dei dipendenti e collaboratori e le necessità delle aziende. Proliferavano anche studi a supporto dello smartworking, sembrava che la produttività stesse esplodendo, che tutti noi fossimo diventati tremendamente efficaci ed efficienti. Era dai tempi di Elton Mayo alla Hawthorne che non si registravano risultati così eclatanti e diretti. E, proprio come allora, in realtà si rende necessaria una lettura un po’ più attenta.

L’aspetto secondo me tragico è che troppe aziende stanno tornando indietro dallo smartworking. Questa è un’occasione persa. Il paradigma della relazione lavoro/lavoratore è cambiato e tornare indietro su aspetti come lo SW è miope. E denuncia la distanza siderale che c’è fra chi lavora e chi gestisce e governa un’azienda. Anziché accettare un passo importante, le aziende sono ritornate subito a riva, spaventate di quel piccolo guado che avevano iniziato ad affrontare. Il dietro-front di molte realtà, non di tutte, sembra figlio di una incapacità di gestire ed organizzare il lavoro dei propri collaboratori.

Lo smartworking andrebbe gestito, siamo tutti d’accordo con questo. Dopo una prima fase abbastanza improvvisata, figlia dell’emergenza, servirebbe accordarsi su alcune cose, condividendo le evidenze che sono emerse. Non tornare sui propri passi. Occorre definire quali strumenti minimi sono necessari a casa, occorre ragionare di aspetti tecnici ma non solo. Non importa solo chi paga la fibra o chi le cartucce della stampante. Ci sono evidenze e studi che ci possono indirizzare nella gestione dello smartworking. Sono emersi anche alcuni problemi legati allo smartworking, nuove forme di stress. Uno di questi è la Zoom fatigue.

Si definisce Zoom fatigue lo stress provato dalle video chiamate di lavoro, dal nome della nota piattaforma tecnologica utilizzata per riunioni e meeting. È una forma di affaticamento e disagio provocato dalle videoconferenze, un senso di stanchezza derivante dall’uso estensivo delle tecnologie in smartworking. Si tratta di una fatica psicologica. Deriva principalmente dall’aspetto video, assimilabile per certi versi allo stare su un palco.

Questo ci apre una riflessione, che impatta sullo smartworking. Ogni comunicazione aziendale deve avere uno strumento specifico, uno strumento che ne ottimizzi le risorse disponibili. Per il fatto che siamo in smartworking non significa che tutto debba avvenire in video chiamata, non è necessario che ci sia per forza un contatto video. Però ci sono alcuni momenti in cui c’è bisogno dell’energia che solo il contatto video e i microfoni aperti possono sviluppare. Ci sono momenti in cui anche questo non sarà sufficiente e bisognerà andare in ufficio per discutere dal vivo alcuni aspetti. Però ci saranno comunicazioni in cui sarà più che sufficiente una telefonata, altre in cui sarà necessaria la chiarezza e la struttura di una mail, altre ancora in cui basterà un messaggio.

Lo smartworking ha bisogno di regole, non di norme ma di regole, ha bisogno che manager e collaboratori si confrontino sulle loro modalità di comunicazione e si rendano conto che ne esistono tantissime e che non possiamo ricondurre la gestione dei collaboratori al controllo. E’ importante che accettiamo che se un collaboratore lavora da casa ci possa essere un cane che abbaia in sottofondo, questo non limita la sua performance, così come i collaboratori devono capire che certe riunioni, anche se da remoto, hanno bisogno della loro presenza in video e non solo della loro connessione e del loro avatar.

Speriamo che l’occasione non sia del tutto persa, le evidenze scientifiche ci sono e da queste si può partire per cercare di definire una serie di regole condivise affinché lo smartworking arricchisca il nostro lavoro anziché minare la fiducia fra di noi ed i nostri collaboratori.

Se questo contenuto ti ha incuriosito e vuoi approfondirlo, contattami alla mail nbertaccini@gmail.com

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