Da ragazzo ho sentito diverse volte la storiella che studiare il latino era importante al di là della conoscenza della materia, che mi avrebbe aiutato nello studio. Ovviamente, da adolescente intento a soffrire con Cesare, IL e perifrastica passiva, non ho mai colto tutta questa opportunità. Recentemente mi sono imbattuto in due situazioni che hanno accostato latino e quotidianità e ho finalmente capito quello che intendevano i miei professori.
Ho pubblicato su un social un album di foto dedicate alla mia città. Mi piace andare a correre al mattino presto e ogni tanto resto ammirato dalla luce e scatto qualche foto. L’altra mattina l’algoritmo del social ha deciso che una delle albe che avevo pubblicato violava qualche standard e l’ha oscurata. Ho seguito la procedura e dopo qualche tempo hanno nuovamente reso visibile la foto.
Poco male, ho pensato. Speriamo non accada mai in altri contesti, ho aggiunto. Io non sono spaventato da algoritmi, intelligenze artificiali e altri scenari presenti, futuri e futuribili. Io sono entusiasta di avere supporti, aiuti, facilitatori e quant’altro. Ci mancherebbe. Però sono allarmato perché temo che non tutti coloro che si stanno occupando di questi temi abbiano studiato latino. Sono preoccupato perché sembrano uno strumento a supporto della pigrizia e non uno strumento che liberi tempo per pensare.
Non si tratta di un attacco di snobismo e non è una presa di posizione contro lo sviluppo di queste tecnologie. E’ un riconoscere al latino un ruolo importante (meglio tardi che mai). Il latino è stata la materia che mi ha insegnato a pensare prima di fare, che mi ha fatto capire che procedere per tentativi è corretto solo in certi contesti, che mi ha formato al fatto che una prime release fatta male non sarà mai totalmente rimediata con successivi aggiornamenti. Una versione nata storta potrà essere al massimo aggiustata, procedere a tradurre per tentativi equivale a puntare ad un risultato mediocre. Io non sono mai stato un brillante traduttore ma, quando ho messo da parte la mia ansia di tradurre dando un senso e mi sono concentrato sul capire e comprendere prima di scrivere, sono riuscito anche a dare senso a quel che facevo.
Ecco perché per me il latino resta una palestra molto interessante. Abbiamo culturalmente perso il senso dell’errore, dell’attenzione a non farne. Scattiamo foto senza paura di come verranno, rilasciamo progetti senza preoccuparci che siano testati e stressati. Penso che questo derivi da due forze che hanno lavorato in contemporanea: da una parte la nostra incapacità di accettare l’errore in modo costruttivo, come un’occasione ricca di apprendimento; dall’altra l’eliminazione dell’errore per ridurre il senso di sconfitta, di umiliazione, di fallimento. Siamo stati incapaci di arricchirci dei fallimenti e quindi li abbiamo resi quasi irraggiungibili.
Le conseguenze possono essere praticamente nulle, probabilmente lo scenario che ho in mente non si concretizzerà e vivremo felici e supportati da algoritmi che sapranno guidarci e consigliarci liberando tempo che dedicheremo al ragionamento puro. Però cerchiamo di non perdere del tutto l’abitudine a pensare prima di premere un pulsante.
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