Questo inizio di anni Venti è stato segnato da accadimenti drammatici. Nel mio territorio, appena ridimensionata la portata della pandemia, ci siamo confrontati con una alluvione di portata incredibile. Come ho scritto altrove, non ho abbastanza parole per descrivere lo scenario che si è presentato ai nostri occhi. La fase emergenziale, quella da servizi sui TG e iniziative di beneficienza si è conclusa. Si comincia ad alzare lo sguardo dal qui ed ora, tipico dei momenti di allerta e pericolo, e si comincia a pensare a cosa fare adesso, cercando di capire come si evolverà il nostro territorio, nel 2022 in preda alla siccità e quest’anno alluvionato.
Si fanno i primi bilanci di questa tragedia e ci si divide fra chi non potrà ripartire e chi, invece, ci riproverà, cercando le forze e le risorse.
Questo mio articolo rimarrà nel web per tempo, quindi un giorno rileggendolo mi ricorderò di questo periodo assurdo, della paura, delle tensioni, del fiato sospeso, del sospiro di sollievo, perché sono stato fortunato. Ho avuto solo danni indiretti, di quelli che fortunatamente si misurano in euro e non con unità di misura più dolorose.
Impariamo a ripensare al perché.
Però di questo periodo voglio ricordarmi un insegnamento.
Mentre aiutavo gli amici più colpiti di me, cercando di mantenere buon umore e di portare un po’ di leggerezza e speranza, mi sono ritrovato ad ascoltare molto.
Da subito ho pensato che uno dei compiti di chi può aiutare sia quello di tenere vive tutte le fiammelle di speranza e forza che incontra. Fra le varie, un pomeriggio mi hanno mandato a pulire una Chiesa. Anzi, per essere precisi, mentre svolgevo un altro compito mi è stato chiesto se avessi tempo per pulire una piccola Chiesa di campagna. All’inizio non ne capivo il senso, c’era gente che aveva bisogno in casa, perché mi veniva chiesto di pulire un luogo sacro, fra l’altro in campagna, sperduta, frequentata da chissà quante persone. Nella mia testa poteva aspettare. Poi, mentre pulivo, si sono affacciate alla piccola Chiesa due signore. Di quelle coi capelli grigi portati corti, il vestito estivo a fiori, le scarpe che sembrano ciabatte e una zanetta, un bastone da passeggio. Si sono affacciate per guardare com’era messa la Chiesa e per verificare se qualcuno se ne stesse prendendo cura. Ci hanno ringraziato.
Ripensando a quel momento ho pensato a questo: mentre cerchiamo di capire il come fare le cose, mentre cerchiamo di studiare come fare a tornare alla nostra normalità non dimentichiamoci il perché.
Non farsi ingannare dall’urgenza delle cose.
E questo non vale solo nelle situazioni di emergenza. Purtroppo il come fare le cose, come fare impresa, come fare business richiama tutte le nostre energie. Ricordiamoci di prenderci un po’ di tempo per tenere vivo e a galla il perché, sforziamoci di non perdere mai di vista il perché facciamo quello che facciamo. E non sforziamoci di trovarne uno solo, non c’è bisogno di individuare un perché supremo. Tanti perché vanno più che bene. Elenchiamoli, richiamiamoli, pensiamoli. Facciamo in modo che non ci servano solo nei momenti difficili, facciamo in modo che siano una presenza anche delle nostre giornate normali, dei nostri lunedì.
Viviamo una società che ci impegna con i “come” ed i “quando” puntanto la luce sul fare le cose e sul quando farle. Questo non deve mai sottrarci tempo alla riflessione sul perché fare le cose. Perché fare le cose non è scontato, è determinante.
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