Nel corso degli anni mi sono imbattuto in centinaia di definizioni di formazione. Sono tutte corrette perché ognuna cerca di dare maggiore risalto all’aspetto che vuole evidenziare. Perché formazione è un concetto ampio e variegato e non penso sia utile cercare una sintesi o una definizione univoca. La formazione risponde ad un’esigenza, quella di accrescere e sviluppare conoscenze e competenze, e sotto questa necessità ricadono approcci, metodologie e strumenti completamente differenti. Ecco perché una sola definizione non basta, ecco perché sono tutte corrette.
Ultimamente ho ragionato su una descrizione che mi soddisfi, almeno per quello che sto cercando di comunicare. La formazione è un punto d’incontro.
Ritengo che lo sia sempre, a prescindere dalla modalità e dal contesto, vale per gli scolari seduti in classe, vale per i manager che lavorano su percorsi individuali, vale per la formazione tecnica o quella obbligatoria. Anche questa mia sintesi non è universale e definitiva, semplicemnte è utile per come intendo e vorrei proporrre la formazione. Quindi, la formazione è un punto d’incontro.
Cosa significa dire che la formazione è un punto d’incontro: significa che in parte sarà il docente che dovrà venire verso di noi, trovando il modo di trasmetterci conoscenza, ma in parte saremo noi che dovremo entrare nella modalità del docente, cercare di adattarci alla sua comunicazione.
Solo trovando i punti di connessione, solo incontrandoci lungo il percorso riusciremo ad ottenere il maggior ROI formativo. E questo l’abbiamo verificato da sempre. Certo, da scolari avevamo meno strumenti per colmare noi il tratto di strada che l’insegnante lasciava scoperto. Adesso che siamo discenti adulti dobbiamo sempre considerare che dipende anche da noi ottenere una formazione efficace. Con questo non intendo deresponsabilizzare i docenti dall’antico precetto secondo cui la comunicazione dipende principalmente da chi trasmette e che è sua responsabilità quanto recepisce chi riceve. Questo è uno di quegli assiomi che hanno fatto la fortuna di tanti formatori, anche se ritengo che dopo averlo assimilato adesso vada messo in discussione. Nel senso che la responsabilità del formatore sta nel cercare di essere recettivo rispetto alle modalità comunicative ma che ogni discente deve comunque sentirsi l’obbiligo di trarre benefici dalla formazione, in primis mettendosi nelle condizioni di seguire, capire, sviluppare.
Spesso si usano i grandi campioni per cercare di trasmettere concetti riconducibili ai temi della formazione del gruppo di lavoro, al lavoro di squadra, al perseguimento degli obiettivi, alla leadership. A rischio di sembrare brutale: raramente sono ottimi insegnanti.
I più evoluti hanno sedimentato un paio di concetti interessanti e sfruttano la potenza del loro ruolo per farli passare, magari attraverso aneddoti che ricordiamo perché li abbiamo vissuti da spettatori. Però, tolto il momento formativo circoscritto, tolto il canovaccio che hanno elaborato, nella maggior parte dei casi non sono formatori. Sono testimonial. Eppure noi dobbiamo trovare il modo. Spetta a noi, al di là della piacevolezza del momento e del racconto, trovare la giusta modalità per uscirne arricchiti, per portarci a casa un risultato. In alcuni casi ci confrontiamo con grandi formatori che percorrono quasi interamente la distanza fra docente e discente, in alcuni casi spetta a chi riceve farsi carico di coprire la parte più consistente del percorso.
Per evitare che la formazione sia semplicemente un momento di evasione dalle ruotine del nostro lavoro dobbiamo ricordarci di accedere alle aule in modo attivo, riconoscendoci il ruolo di voler capire e seguire quello che ci viene raccontato, insegnato.
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